FRANCESCO FISCELLA. NICOSIA: I NOMI DEI LUOGHI RACCONTANO IL SENSO E I VALORI DI UNA COMUNITA'
- Francesco Fiscella
- 1 giorno fa
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Il titolare una via o una piazza non è mai un gesto formale: è un atto pubblico che riconosce qualità civiche, meriti culturali, contributi scientifici o politici di figure che hanno dato prestigio alla città e che, nella storia nazionale o sovranazionale, hanno inciso sulla crescita della comunità, della nazione o dell’umanità.
Partendo da queste premesse, risulta difficile comprendere il senso di intitolare la piazzetta antistante il bar Diana a Ferdinando Pecora.
Ferdinand Pecora, nato a Nicosia nel 1882 ed emigrato da bambino a New York, cresce nel Greenwich Village e, dopo anni di sacrifici, diventa avvocato e poi vice procuratore distrettuale. Nel 1933 guida l’inchiesta del Senato sul crollo di Wall Street, smascherando abusi finanziari e contribuendo alle riforme del New Deal. Successivamente è giudice della Corte Suprema dello Stato di New York fino al 1950, poi avvocato di prestigio. Muore a Manhattan nel 1971.
La sua è la storia di un figlio di emigranti che, partito dal nulla, ha cambiato le regole del gioco finanziario americano. Una storia di riscatto, ma anche di distacco: la Sicilia resta un’ombra lontana, un’origine mai rinnegata ma mai più toccata.
Titolare una piazzetta a Ferdinando Pecora, che pure ha lasciato un segno nella storia americana, appare dunque una scelta sproporzionata: non ha contribuito alla crescita culturale, civile o sociale della sua terra d’origine, né ha mantenuto un legame con la comunità nicosiana. È un riconoscimento che rischia di essere più ornamentale che significativo.
Per dare forza a queste considerazioni, basta guardare a figure che incarnano davvero valori universali. Un esempio potente è Ottla Kafka, sorella minore di Franz Kafka, che con il suo sacrificio ha dato senso a ciò che chiamiamo umanità.
Il 7 ottobre 1943, nel campo di Auschwitz, Ottla Kafka compì un gesto che ancora e nella memoria morale dell’Europa. Deportata da Terezín, non era destinata alle camere a gas quel giorno. Ma quando vide un gruppo di bambini terrorizzati, soli, in attesa di un trasporto che tutti sapevano essere senza ritorno, scelse di unirsi a loro. Nessuno la obbligava. Nessuno la minacciava. Fu una decisione libera, consapevole, radicale: non lasciarli affrontare la morte da soli.
Salì su quel vagone come presenza, come conforto, come ultimo frammento di umanità in un luogo costruito per cancellarla. Morì con loro nelle camere a gas, ma il suo gesto continua a sopravvive come testimonianza luminosa: anche nel cuore della disumanità, si può scegliere di essere umani.
Ecco perché la questione non riguarda solo un nome su una targa, ma il senso stesso della memoria pubblica. Una città sceglie chi vuole essere anche attraverso le figure che decide di onorare.
Nicosia non manca di personalità che hanno contribuito alla sua storia, alla cultura siciliana, alla vita civile e spirituale della comunità. E non mancano, nel mondo, esempi di umanità e coraggio che parlano a tutti, indipendentemente dall’anagrafe.
Intitolare una piazza non è un esercizio di nostalgia genealogica, ma un atto di responsabilità culturale. È scegliere quali valori mettere al centro dello spazio pubblico. È decidere se celebrare chi ha lasciato un segno nella vita della città o chi, pur avendo avuto successo altrove, non ha mai guardato indietro.
La considerazione finale è semplice: una comunità, come atto civico, non può sottrarsi al dovere di tenere vivi e tramandare i valori che realmente la rappresentano, quei valori autentici che danno senso alla sua storia e alla vita stessa della comunità.










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