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L'Università popolare ha chiesto :"Ma CCHI CI FA CCA'?" e qualcuno ha risposto.

"Ma cchi ci fa cca'?" è la domanda che si sentono rivolgere i e le giovani che investono sul territorio siciliano...dell'entroterra siciliano; quello senza mare per intenderci. La Sicilia, per gli operatori turistici, è un hub strategico in forte evoluzione, basta pensare ai 1600km di costa, ma la Sicilia non è solo costa. Esiste anche un entroterra ricco di storie, natura e voglia di restare. E' la Restanza che Vito Teti ha definito "...sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente".

Da Restanza sono affette quelle persone che credono di poter vivere in armonia con se stessi e la propria immagine di sé senza ricorrere a lamentose nenie e stucchevoli nostalgie. Quelle persone che abitano il loro territorio conoscendone i pregi e i difetti e nonostante credano che questi ultimi siano assai superiori ai primi decidono di provare a fare a casa propria, senza concessione alcuna ai beceri nazionalismi, ma persuasi che "nostra Patria è il mondo intero". E' complessa la questione e per capirla bisogna vederle e ascolatarle queste persone mentre lavorano e catuniano. Sono tante queste persone, Non sono eroi e men che mai eroine; sono figli di una terra che soffre deò mal di metafora.

Nel pomeriggio del 13 Aprile, l'università popolare su questo ha ragionato insieme a Vito Manuele, Salvatore Ciurca e Piero Consentino. Persone che attraverso lostudio della terra e del grano hanno deciso di capire le parole del "travagghiu" nella lingua dei padri e delle madri. Dietro a un tavolo ricco di spighe di cereali diversi, "carozze", tummini, libri e post-it stavano Manuele e Ciurca hanno raccontato i canti dell'aia evocando l'incipit "Nell'aia c'è Gesù" e le lotte per la terra dell'immediato dopo guerra: hanno anche ricordato "Frazzanò" un uomo la cui 'ngiuria è diventata un epiteto e l'uovo concesso a discrezione del campiere al contadino restio. Si è parlato di grani antichi e semenze selezionate per garantire la resa senza troppi trattamenti e si è ascoltato Piero Consentino che ha scelto la terra invece che la cattedra. L'incontro è stato ricco di aneddoti e storia. Salvatore Ciurca attinge dagli archivi delle chiese le informazioni sulla peste, la carestia, le nascite e le morti che intreccia alle fonti orali trascritte da Vito Manuele che ha chiuso l'incontro con una vicenda personale: "mia mamma mi raccontava che a scuola si facevano i dettati. Il dettato era per lei e per molti come lei, una prova ardua perché bisognava tradurre la parola ascoltata in italiano, ma la si pensava in dialetto. Formaggio, per mia mamma era "tumazzu" quindi lei sentiva formaggio pensava tumazzu e doveva trascriverlo in lingua mentre l'insegnante era andato già avanti col dettato. Il passato è sempre una terra straniera anche per chi in quella terra c'è nato.


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