Passata la festa, la mestizia ci resta
- Gabriella Grasso

- 20 mar
- Tempo di lettura: 3 min
E' passata la festa di san Giuseppe, il copatrono di Leonforte e con la festa, che a Leonforte è il 18 e il 19 di Marzo, ma viene preceduta da parecchie settimane di "traficu", torna la mestizia.
San Giuseppe è un aggregante sociale, è il senso di appartenenza che costruisce relazioni e fa di un paese ( per lo più apatico e rassegnato) una comunità vivace e laboriosa. Fortunatamente dopo san Giuseppe arriva la Settimana Santa , con le processioni e le particolarità che fanno dei paesini luoghi interessanti e unici.
San Giuseppe anche quest'anno ha portato la Televisione e i turisti e i CEO di turno hanno sfoggiato contentezza tronfia di autocelebrazione come se gli Altari fossero una loro trovata. "Turisti da tutta la Sicilia" dicono tutti, con la stessa incontenibile gioia senza comprendere la fragilità economica e sociale intrinseca a questa forma di turismo. Da un articolo del Sole 24Ore del 17 Marzo, apprendiamo che : "Secondo il rapporto Prometeia-UniCredit, nel 2025 le presenze sono state 22,5 milioni: calano gli italiani, crescono gli stranieri. Il turismo vale il 4,2% dell’economia dell’isola, ma resta debole per spesa e struttura industriale". Questo vuol dire che il turismo cresce nei numeri, ma perde di qualità qualità cioè non genera valore. Secondo lo studio Prometeia-UniCredit la Sicilia intercetta circa 2,6 miliardi di euro di spesa turistica straniera, ma resta indietro rispetto agli standard nazionali e questo in termini di introiti per le strutture ricettive significa che la spesa media per pernottamento si ferma a 96 euro, contro i 141 euro della media italiana . La durata dei soggiorni resta più bassa: 3,1 notti, contro le 3,4 della media nazionale e certamente conta il potere d'acquisto sempre più scarso, ma, nel caso di Leonforte, molto influisce anche la poca offerta culturale che non può fermarsi al trionfo enogastronomico o alla suggestiva processione del santo. Dovremmo ripristinare le stradine lastricate, le casuzze del centro storico ( quelle recuperabili, ovviamente), i "pagghiara" , i bagli, tutto quello che contrasta la modernizzazione e la frenesia quotidiana. I turisti che cercano l'autenticità, vogliono questo: un mischione di vintage e C'era una volta in Sicilia: un "cuntu" rassicurante ai limiti del fiabesco. Una finestra affascinante sul passato di un paesello capace di esaltare il turismo anche poco sostenibile e a forte rischio di comprometterne l’integrità, ma chissenefrega: Pecunia non olet.
Aggiustiamo l'aggiustabile e trasferiamo gli "Artara" nella zona storica del paese. Illuminiamolo appena, appena e facciamo risuanare antichi stornelli fra le mura, finamente lesionate delle vecchie dimore contadine. Creiamo un Outlet della cultura popolare e facciamone una nuova frontiera dello sfruttamento con la giusta narrazione del turismo etico e rispettoso dell’ambiente, delle identità dei territori e delle persone che li abitano, naturalmente. Molte aree hanno adottato approcci innovativi per gestire l’arrivo dei turisti con promozione di attività culturali e artigianali locali. Portiamo i turisti a fare cardi e finocchi; istruiamoli sulla frittura delle polpette e sulla giusta densità della colla per i "carduna", facciamogli impastare a mano chilate di pane quasi disidratato per la lavorazione delle "Cuddure" e consegnamogli le nostre gemme storiche per incantarli e ispirarli...a stare di più o tornare più spesso.
Si potrebbe cominciare col pulire le vie iconiche e liberare piazza Margherita dalle automobili posteggiate "a muzzo" per poi proseguire con tutto il resto o anche col cambiare le esclamazioni di gaudio al microfono del giornalista della Rai. Sarebbe già una cosa.






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