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DOMENICO GIACONIA: ARTIGLI CHE APRONO GLI OCCHI


Tempo fa ebbi modo di commentare il significato allegorico della scultura presente nella chiesa Basilica di Santa Maria Maggiore di Nicosia (ritratta nelle foto) posta sulla sommità della porta d’ingresso alla navata laterale di sinistra, dissentendo, secondo le mie deduzioni, dall’interpretazione che ne fece a riguardo il compianto padre Salvatore Gioco nel suo prezioso volume “Nicosia Diocesi” (Libr. Ed. Musumeci – Catania, 1972).

Confutai la lettura del dotto sacerdote che riferiva della tradizione locale che voleva individuare la figura umana posta sotto l’aquila come quella di un “moro”, un infedele, artigliato dall’aquila simbolo dei valori cristiani, come dire: la vittoria del cristianesimo sull’islam.

Dissi, prima di criticarne il suo cattivo stato, che tale figura umana così disposta rappresentava invece il carattere civico di Nicosia e della sua condizione di importante città demaniale e che il tutto appariva un compendio simbolico della "Nicoxia Civitas Constantissima" e della sua fedeltà all'imperatore che la elevò a tale dignità.

Poco tempo fa, visitando i tristi e bui locali della nostra “sofferente” Biblioteca comunale, ho avuto modo di leggere una relazione del settembre 1757, stilata dal Notaio Michele Alessio, relativa alla descrizione dell’antica chiesa di Santa Maria Maggiore crollata, insieme ad una parte del quartiere omonimo che la ospitava e del sottostante quartiere di Santa Croce, nell’enorme evento franoso di quell’anno che cancellò per sempre una vastissima zona abitata da migliaia di persone. In tale documento si descriveva proprio la scultura e la sua collocazione: “...In un piliere nell'Arco innanzi la cappella della Gran Signora eravi Nicosia di rilievo che significava questa città sotto figura di un uomo con veste rossa talare e seduto con le mani poste sulle ginocchia tenendo sulla testa un'aquila dorata di rilievo che con le unghia gli apriva gli occhi: sotto i piedi vi è scritto Nicoxia e di sotto vi erano pitturate le armi della Città asserendo significare tale figura che questa Città ricevette il lume della fede nella sudetta Chiesa Matrice...”.

Quindi la figura maschile seduta e poggiante le mani sulle proprie ginocchia, che veste abiti di foggia nobiliare e che descrissi nel post, ha sempre rappresentato la Città e, gli artigli dell’aquila posti sul capo dell’uomo, non lo feriscono o tentano di sopprimerlo ma lo ridestano da eventuali torpori, vogliono cioè significare che la stessa città “apra gli occhi” alla sua condizione di comunità.

Credo proprio che ancora oggi, dopo secoli, quest’opera d’arte continui a “parlare” nonostante tutto, nonostante la vernice bianca depositata da uno sconsiderato sul basamento lapideo che ha coperto le lettere della scritta [NICOXIA] e che continui a voler dire…”aprite gli occhi!”

Citando la frana del 1757 è naturale che il pensiero vada all’analogo evento geologico che sta ancora progredendo da alcuni giorni a Niscemi; lo scivolamento a valle di amplissimi costoni rocciosi ha tragicamente colpito quella città, facendo nascere fra la popolazione angoscianti sensazioni: disperazione, smarrimento ma anche tanta rabbia scatenatasi pensando che quanto accaduto si poteva e doveva prevedere e quindi prevenire.

Questa antica scultura dunque è il simbolo della nostra Città ma potrebbe essere il simbolo di ogni comunità. Chi è chiamato a rappresentare nelle istituzioni i cittadini, dall’amministratore locale al politico di caratura nazionale, ricevuto un mandato, dovrebbe farsi sempre accompagnare da uno “spirito guida” nell’esercizio delle sue funzioni, che gli indichi la giusta strada da percorrere per tendere al bene comune, al rispetto del prossimo e per riservare profondo rispetto nei confronti del pianeta che ci ospita.

Dovremmo, tutti, essere come quell’aquila che, con i suoi artigli, non ferisca ma apra gli occhi a chi per troppo tempo li ha chiusi.

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