Leonforte ricorda Filippo Pascià
- Gabriella Grasso

- 6 mar
- Tempo di lettura: 2 min
E' stata donata la casa di Filippo Pascià. Daniela Catania, nipote di Filippo, l'ha detto sui social. La casa di Pascià è stata donata alla famiglia Viviano. "Abbiamo scelto la famiglia Viviano perché è numerosa come numerosa era la famiglia di mio zio e perché comprendiamo i loro bisogni" ha detto Daniela , mostrandone gli interni e i tanti tesori. La casa di Pascià, in via Favarotta, è uno scrigno di cosuzze e di memoria: foto di processioni, foto di persone che chiedevano a Filippo di essere immortalate con la Polaroid e manifesti e audiocassette e squarci della vita di un migrante di ritorno e di un paese che negli anni '80 del secolo scorso, chiamava "miricanella" le arachidi e di inglese conosceva solo "olrait". Grazie a Daniela Catania abbiamo ritrovato un pezzo del nostro passato e ricordato Filippo Pascià, un omone buono, un leonfortese che amò il suo paese come i tanti che dovettero lasciarlo per cercare fortuna altrove: allora come ora.
Filippo Pascià nacque a Leonforte nel 1950, ma ben presto si trasferì in America, a Brooklyn, dove imparò l'inglese nella chiesa di quartiere , la chiesa di San Giuseppe. Amava la musica e imparò a suonare il marranzano probabilmente dal signor Giacomo Tremoglie, che li costruiva su misura. Il marranzano o scacciapensieri fu lo strumento iconico dei migranti siciliani e infatti Pascià partecipò a uno studio sulla musica di strada condotto dalla professoressa Anna Lomax Wood che di jewish harp scrisse in music and narrative tradition. Il marranzano è lo strumento più diffuso nel mondo dopo il fischietto e a Leonforte faceva compagnia a pastori insieme alla "sampugna", uno zufolo ricavato dalla "aina" l'avena. La "samugnedda" l'abbiamo suonata tutte e tutti, con risultati diversi ma con la stessa voglia di fare rumore. Pascià fu anche poeta, ai giovani degli anni 80 declamava: " in mezzo a una strada trovai una pianta di rose" e poi basta perché la sensibilità per l'arte poetica non era diffusissima. Così era. Eravamo rozzi o solamente prigionieri di preconcetti e ignoranza. Siamo migliorati e siamo felici per il gesto di gratuita solidarietà, ma quella casa doveva restare alla comunità avrebbe potuto o dovuto diventare un museo di cose nostre, ma anche stavolta abbiamo perso un'occasione. Auguriamo tanto bene alla famiglia Viviano e ringraziamo Daniela e i suoi parenti per il bel gesto.






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